Trinità dei Monti: le devastazioni delle truppe francesi


di Y. Bruley – A. Rauwel

L’11 Febbraio 1798, le truppe francesi comandate dal generale Berthier, entrate nella capitale pontificia la medesima notte, occupavano il Quirinale, il Campidoglio e la Trinità dei Monti: la 61ma semi-brigata di cacciatori vi si acquartierò, stabilì le sue cucine di campo nel chiostro e obbligò i religiosi a raggrupparsi in uno dei dormitori. Il 15 Febbraio, veniva proclamata la repubblica romana, il papa veniva arrestato, i cardinali imprigionati, mentre Berthier piantava gli alberi della libertà fino sulla cima dell’ obelisco di Monte Cavallo. Il 12 Maggio seguente, la repubblica sorella decise la soppressione del convento della Trinità e dal giorno dopo si intimò ai Minimi di lasciare i luoghi. Gli ultimi dodici religiosi si ritirarono presso i loro confratelli di San Francesco di Paola ai Monti; una “legione romana” si sostituiva ben presto alle truppe francesi; la via era libera per il grande saccheggio.

Le devastazioni

Tutto fu saccheggiato: porte, finestre, mobili, l’ultima argenteria, fino alle inferriate del giardino! Confiscato il Museo e la sua “splendida collezione di cammei”; venduti ai rigattieri gli ornamenti liturgici; dispersa la ricca biblioteca, simbolo della gloria del convento… Ma solo gli scaffali interessavano ai saccheggiatori, che abbandonarono i libri e gli archivi ammucchiati per terra. Si caricarono gli armadi su una carretta ma nel percorso piogge diluviali si abbatterono sul triste corteo: le vetuste librerie “caddero per la strada nel fango e non furono loro di alcuna utilità”. Anche la chiesa va iscritta nel martirologio del vandalismo: trasformata in deposito, furono rubati i suoi quadri, spezzati gli altari di pietra, disperse le reliquie. In extremis si salvò il piccolo organo del coro “portatile”, il leggio e i libri di canto. Poco dopo cominciò la vendita dei beni immobiliari: ventiquattro case furono cedute a prezzi ridicoli. Il 26 Novembre 1798, soldati e funzionari della Repubblica dovettero interrompere la loro corsa: le truppe del re di Napoli marciavano su Roma.

Un distaccamento napoletano occupò il convento, sino al pronto ritorno dei Francesi, il 14 Dicembre. Fu allora che si tentò di portar via, con il muro su cui era dipinto, l’affresco della Deposizione della Croce di Daniele da Volterra, ma il celebre capolavoro resistette vigorosamente. I cittadini commissari dovettero accontentarsi di tre campane, asportate nell’Agosto del 1799.

Il 30 Settembre 1799, Roma cadeva di nuovo nelle mani del re di Napoli. A partire dal 3 Gennaio 1800, i Minimi rientrarono nel loro convento. La parte meno devastata era l’infermeria, l’edificio separato nella parte alta dei giardini: si ristrutturarono le camere e la cappella, e là riprese la vita religiosa.

Qualche mese più tardi, la volta della chiesa non resistette ai colpi subiti e crollò. In seguito a questa rovina, il papa Pio VII intraprese i lavori necessari per la sopravvivenza della chiesa. Poi, alla fine del 1801, essendo la Francia e la Santa Sede tornate a relazioni pacifiche per il Concordato, il cardinale Consalvi, segretario di Stato, comunicò all’ambasciatore francese che la Santa Sede, desiderando annullare il trattato di Tolentino, rendeva alla Francia tutti i diritti sopra i suoi edifici romani. Nel 1804, l’amministrazione passò al cardinale Fesch, ambasciatore del nipote imperatore, col ruolo a Roma di ristabilire la Francia “nei diritti di cui godeva prima della guerra”, cioè prima della Rivoluzione. Quale sorte per il grande convento? Si pensò alle riparazioni per non interrompere la celebrazione delle messe di fondazioni che fruttavano 2.000 scudi romani all’anno, ma nello stesso tempo, i quattro ultimi Minimi dovevano sopravvivere con quaranta soldi al giorno. Nel 1806, il Padre Martin morì in un convento “così indegnamente profanato dai filosofi di un giorno e così misconosciuto oggi che nessuno di quelli che l’hanno visto nel suo splendore possono entrarvi, e considerarne le rovine, senza sentirsi venire le lacrime agli occhi”[1].

Nel 1809 l’imperatore fece arrestare il papa quindi annesse la Città dei Cesari. Che posto poteva avere la Trinità dei Monti in questa Roma napoleonica svuotata della sua vocazione cristiana e ormai tutta consacrata al culto esclusivo dell’Antichità? Infatti il suo destino si trovava legato, per qualche anno, a quello della sua potente vicina, l’Accademia di Francia rinata dalle sue ceneri e installata dal 1803 a Villa Medici.

Dal 1804, Suvée, il direttore, aveva preso come pretesto un aumento dei suoi iscritti per domandare al cardinale ambasciatore il diritto di annettere il convento vicino: “una porta già esistente richiederebbe solo di essere aperta…”. Un’annessione pura e semplice era impensabile: il papa non aveva reso alla Francia i suoi diritti sugli edifici di Roma perché perdessero la loro vocazione religiosa. In ogni modo, Fesch vi si oppose. L’autorizzazione ad installarvisi non fu data che “a titolo provvisorio”, al fine “d’arrestare per quanto possibile il degrado degli stabili che cadono in rovina perché disabitati”. Una ventina di artisti residenti di Villa Medici o ex-allievi interni desiderosi di prolungare il loro soggiorno a Roma, o stranieri, vi stabilirono poco a poco veri appartamenti. Lethière, successore di Suvée direttore dell’Accademia, si riservò l’antica biblioteca e altri begli studi, e adattò il coro della chiesa per “l’esecuzione di grandi quadri” Egli ebbe degli emuli persino nei suoi abusi e ben presto si elevarono tramezzi nella navata per stabilirvi nuovi studi pittorici, “in modo che il convento fu, per così dire, considerato come un’appendice del palazzo dell’Accademia”.

Questa chiesa sconsacrata ospitò i primi lavori di un pittore destinato alla più grande celebrità: Giovanni Augusto Domenico Ingres[2] La situazione ispirò l’artista al punto che disegnò il suo autoritratto in mezzo agli angeli e agli stucchi, mentre lavorava al suo imponente Romolo vincitore d’Acrone; al suo fianco, il famoso violino d’Ingres attende saggiamente su una seggiolina; e “ogni tanto a mo’ di distrazione (egli) prendeva il suo archetto per offrire un goccino d’assenzio agli echi della Trinità”[3]. É probabilmente davanti alla chiesa che Ingres dipinse verso il 1807 il ritratto così bello del suo amico Mario Granet“, Questi pur non appartenendo all’ Accademia lavorava anche nel convento. Vi lasciò numerosi disegni e quadri. Influenzato dalla lettura del Génie du christianisme, Granet attinse sotto le arcate di questa santa casa il gusto dei chiostri che lo portò al successo. Destino veramente emblematico – si vorrebbe dire chateaubrianese – di questa Trinità dei Monti nella Roma neo-imperiale: più della stessa Villa Medici, il monastero in rovina dove sopravvivono gli ultimi dei suoi monaci illuminati ed enciclopedisti, già frequentato da Clérisseau e David, dove ormai artisti neo-classici e preromantici coabitano all’ombra dei due campanili e dipingono fianco a fianco Romolo e i martiri, l’orgoglioso Campidoglio e la penombra delle cripte, non è uno di quei luoghi dove prese forma, sotto la spinta di una bellezza autenticamente cristiana, la svolta estetica del nuovo secolo?

(da Y. Bruley – A. Rauwel, La trinità dei Monti. Cinquecento anni di presenza a Roma, Pii Stabilimenti della Francia a Roma e a Loreto)

Per approfondimenti:

http://www.gliscritti.it/blog/entry/4084

http://www.gliscritti.it/tematiche/argomento/sfilosofia.htm#h312

[1] Ms Martin, t. 2, f. 215.

[2] L. Hautecoeur, Ingres et les artistes français à la Trinité-des-Monts, Revue des études napoléoniennes, 1913, t. I, p. 268-275.

[3] F. Wey, Rome, 1880, p. 475.

 

 

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