GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA 2019


Pubblichiamo i testi letti nell’incontro del 21 marzo 2019 tenuto nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli per il ciclo “Roma by night. Visioni nel cuore di Roma”

Il libretto dei testi in formato PDF: https://drive.google.com/file/d/1pJlXkAfvAyZhuWMf7cEWKnH6PbPHHdJQ/view?usp=sharing

8 aprile 1341, Dominica Paschæ in Resurrectione Domini

Coronazione del Petrarca eseguita in Roma

Appena su primi albori del giorno le campane della Città, e le trombe de’ Magistrati col festoso lor suono annunciarono la gran funzione, e il popolo invitarono al Campidoglio, adornonsi i palagi, e le case, innanzi a cui il Candidato passar doveva, e le strade si ricoprirono di fiori e di frondi di alloro.

All’ora destinata le persone più distinte della Città si ritrovarono all’alloggiamento del Petrarca per fargli onore. Vestito egli di un abito talare di velluto violetto ricamato d’oro, che il Re Roberto donato gli aveva, perché gli servisse nella gran funzione, e con capo scoperto comparve preceduto da dodici nobili garzoncelli, ornati di giubbe di scarlatto rosso; e in mezzo a sei primari cittadini riccamente vestiti di color verde, appartenenti alle più ragguardevoli famiglie romane, cioè Conti, Savelli, Annibaldeschi, Orsini, Paparese e Montenero, i quali tenevano in mano corone di fiori diversi, ed eran seguiti da numeroso corteggio di Clienti, di Staffieri, e di Popolo, s’incamminò al Campidoglio, dove già il Consiglio della Città erasi adunato, e il Senatore lo attendeva assiso sul suo Tribunale.

Colà giunto Petrarca fu chiamato da un Araldo, e introdotto alla presenza del Magistrato, pronunziò un’Orazione adattata alle circostanze del luogo, della cosa e delle persone, di cui prese per testo un verso di Virgilio: quindi ad alta voce gridando “Viva lo Popolo romano, viva lo Senatore, Dio lo mantenga in libertade” prostrossi ginocchione avanti il Senatore, che dopo un breve discorso analogo alla funzione, si tolse dal capo una corona di alloro, e tra l’applauso de’ circostanti, e di tutto il popolo, che esclamava “Viva il Campidoglio, viva lo Poeta” ne cinse la fronte di Petrarca, dicendo ad alta voce “Corona premia la virtù”.

Finalmente consegnatogli dal Senator Orso il Diploma di sua incoronazione, in cui viene dichiarato gran Poeta, e grande Istorico, degno della corona, che in Roma, e dovunque a suo bel grado in ogn’atto pubblico e privato portar potesse in capo o d’alloro o d’ellera o di mirto, e decorato insieme del diritto e de’ privilegi della Cittadinanza Romana, discese Petrarca laureato dal Campidoglio.

Quindi coll’istessa pompa, e numeroso accompagnamento recossi alla Basilica di San Pietro in Vaticano per render grazie al sommo Datore d’ogni bene dell’onor conseguito. Ma nel cammino avvennegli cosa, che tosto fè scorgergli quanto sia grande ed effimera la vanità delle umane pompe. Spargendo fiori e gettando i spettatori dai balconi acque odorose sul Laureato Poeta, che trionfante passava, vi fu chi invece, mosso da nera invidia e da perfido astio, versogli sul capo del sublimato, per cui poi restò calvo, com’egli n’ha tramandato memoria alla Posterità.

Il Dolce aggiunge ancora che una vecchia maligna gli gittasse indosso un cantaro d’orina mordace, serbata forse in Sabbatha Septem; aspersione, che mortificandolo altamente, servì a rintuzzargli l’invanimento del suo acclamato trionfo.

Appena però che giunse Petrarca in Chiesa, toltasi di capo la corona, offrilla innanzi alla tomba gloriosa del Principe degli Apostoli, e a memoria dell’atto pio e religioso fu quella tosto appesa alla volta del Sagro Tempio. Chiuse la Festa solenne un magnifico banchetto: Messer Stefano Colonna, in Sancto Apostolo, diè da mangiare ad esso, et a tutti i Laureati Levatori.

 

(tratto da Storia dell’Università degli studj di Roma, detta comunemente la Sapienza, dal principio del secolo XIII sino al declinare del secolo XVII di Filippo Maria Renazzi, 1803)

 

 

Francesco Petrarca

Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, e l’anno

 

Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, e l’anno,

e la stagione, e ’l tempo, e l’ora, e ’l punto,

e ’l bel paese, e ’l loco ov’io fui giunto

da’ duo begli occhi che legato m’hanno;

 

e benedetto il primo dolce affanno

ch’i’ebbi ad esser con Amor congiunto,

e l’arco, e le saette ond’i’ fui punto,

e le piaghe che ’nfin al cor mi vanno.

 

Benedette le voci tante ch’io

chiamando il nome de mia donna ho sparte,

e i sospiri, e le lagrime, e ’l desio;

 

e benedette sian tutte le carte

ov’io fama l’acquisto, e ’l pensier mio,

ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’ha parte.

 

Jacopone da Todi (1236 circa- 1306)

Lauda 39

O Amor, devino Amore,
Amor, che non èi amato!
Amor, la tua amicizia
è plena de letizia;
non cade mai en trestizia
lo cor che tt’à assaiato.

 

O Amor amativo,
Amor consumativo,

Amor conservativo
del cor che tt’à abergato!

 

O ferita ioiosa,
ferita delettosa,

ferita gaudiosa,
chi de te è vulnerato!

 

Amor, et und’entrasti,
che ssì occulto passasti?

Nullo signo mustrasti
dónne tu fuss’entrato.

 

O Amore amabele,
Amore delettabele,

Amore encogetabele
sopr’onne cogitato!

Amor, devino foco,
Amor de riso e ioco,

Amor, non dài a ppoco,
cà è’ ricco esmesurato.

Amor, con cui te puni?

 

Con deiette persone;

e largi gran barune,
ché non ch é i lor mercato.

Tal om non par che vaglia,
en vista, una medaglia,

che quasi como paglia
te dài en so trattato.

 

Chi te crede tenere
per so scienzia avere,

nel cor no ‘l pò sentire
que sia lo tuo gustato.

Scienzia aquisita
mortal sì dà firita,

s’ella non n’è vistita
de core umiliato.

 

Amor, tuo maiesterio
enforma el disiderio,

ensegna lo vagnelio
con breve tuo ensignato.

Amor, chi sempre arde
e to coragi ennardi,
fa’ le lor lengue dardi,
che pass’onne corato.Amor, la tua largezza,
Amor, la gentelezza,
Amor, la tua recchezza
sopr’onn’emagenato.

Amore grazioso,
Amore delettoso,

Amore suavetoso,
ch’el core ài saziato!

Amor ch’ensigne l’arte,
che guadagnìn la parte;

de cel ne fai le carte,
en pegno te nn’èi dato.

Amor, fedel compagno,
Amor, che mal n’è’ a ccagno,

de planto me fai bagno,
che purga ‘l me’ peccato.

Amor dolce e suave,
de celo, Amor, è’ clave;

a pporto mini nave
e campa ‘l tempestato.

Amore, che dài luce
ad omnia c’à luce,

la luce non n’è luce,
lum’è ‘ncorporeato.

Luce lumenativa,
luce demustrativa,

non vene all’amativa
chi no n’è en te lumenato.

Amor, lo tuo effetto
dà lume a lo ‘ntelletto;

demustrili l’obietto
de l’amativo amato.

Amor, lo tuo ardore
ad inflammar lo core,

uniscel per amore
en l’obietto encarnato.

Amor, vita scecura,
ricchezza senza cura,

plu ca ‘n eterno dura
êll’ultra esmesurato.

Amore, che dài forma
ad omnia c’à forma,

la forma tua reforma
l’omo ch’è desformato.

Amore puro e mundo,
Amor saio e iocundo,

Amor alto e profundo
al cor che tte ss’è dato.

 

Amor largo e cortese,
Amor, con large spese,
Amor, con mense stese
fai star lo to affidato.
Lussuria fetente
fugata de la mente,

de castetà lucente
Mundizia l’à adornato.

Amor, tu èi quell’ama,
dónne lo core t’ama;

scitito è con gran fama
lo tuo ennamorato.

‘Namoranza divina,
a li mal’ medecina!

 

Tu sani onne malina,
non è tanto agravato.

“O lengua scottiante,
como si stata usante

de farte tanto ennante,
parlar de tal estato?

 

Or pensa que n’ài detto
de l’Amor benedetto;

onne lengua è ‘n defetto,
che de lui à parlato.

S’è lengua angeloro,
che sta en quel gran coro,

parlanno de tal sciòro,
parlara escialenguato.

nel tuo laudar lo ‘mpogni?

 

Nel suo laudar non iogni,
‘nanti l’ài blastimato”.

Non te ‘n pòzzo obedire
c’Amor deia tacere;

l’Amor voglio bannire
fin che mo ‘n m’esce el fiato.

 

Non n’è condicione
che vada per rasone,

che passi la stasone
c’amor non sia clamato.

 

Clama lengua e core:
Amore, Amore, Amore!

Chi tace el to dolzore
lo cor li sia crepato.

 

E credo che crepasse
lo cor che te assaiasse;

s’Amore non clamasse,
crepàrase affocato.

 

 

Wisława Szymborska (1923-2012)

Sulla morte, senza esagerare

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

 

 

Wisława Szymborska (1923-2012)

Disattenzione

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,

senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per
un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.

Su un tavolo più giovane da una mano d’un
giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.

 

 

Wisława Szymborska (1923-2012)

Vermeer

Finché quella donna del Rijksmuseum
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo.

 

Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Gridasti: soffoco

Non potevi dormire, non dormivi…
Gridasti: Soffoco…
Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
Gli occhi, che erano ancora luminosi
Solo un attimo fa,
Gli occhi si dilatarono… Si persero…
Sempre era stato timido,
Ribelle, torbido; ma puro, libero,
Felice rinascevo nel tuo sguardo…
Poi la bocca, la bocca
Che una volta pareva, lungo i giorni,
Lampo di grazia e gioia,
La bocca si contorse in lotta muta…
Un bimbo è morto…

Nove anni, chiuso cerchio,
Nove anni cui nè giorni, nè minuti
Mai più s’aggregeranno:
In essi s’alimenta
L’unico fuoco della mia speranza.
Posso cercarti, posso ritrovarti,
Posso andare, continuamente vado
A rivederti crescere
Da un punto all’altro
Dei tuoi nove anni.
Io di continuo posso,
Distintamente posso
Sentirtile mani nelle mie mani:
Le mani tue di pargolo
Che afferrano le mie senza conoscerle;
Le tue mani che si fanno sensibili,
sempre più consapevoli
Abbandonandosi nelle mie mani;
Le tue mani che si fanno sensibili,
Sempre più consapevoli
Abbandonandosi nelle mie mani;
Le tue mani che diventano secche
E, sole – pallidissime –
Sole nell’ombra sostano…
La settimana scorsa eri fiorente…

Ti vado a prendere il vestito a casa,
Poi nella cassa ti verranno a chiudere
Per sempre. No per sempre
Sei animo della mia anima, e la liberi.

Ora meglio la liberi
Che non sapesse il tuo sorriso vivo:
Provala ancora, accrescile la forza,
Se vuoi – sino a te, caro! – che m’innalzi
Dove il vivere è calma, è senza morte.

Sconto, sopravvivendoti, l’orrore
Degli anni che t’usurpo,
E che ai tuoi anni aggiungo,
Demente di rimorso,
Come se, ancora tra di noi mortale,
Tu continuassi a crescere;
Ma cresce solo, vuota,
La mia vecchiaia odiosa…

Come ora, era di notte,
E mi davi la mano, fine mano…
Spaventato tra me e me m’ascoltavo:
E’ troppo azzurro questo cielo australe,
Troppi astri lo germiscono,
Troppi e, per noi, non uno familiare…

(Cielo sordo, che scende senza un soffio,
Sordo che udrò continuamente opprimeer
Mani tese a scansarlo…)

 

 

Davide Rondoni (1964)

 

La bellezza interamente ferisce

attrae la vita da dove si era nascosta

 

la raccoglie come acqua nel palmo

delle sue mani di fuoco

 

mi vedono di spalle uscire nel buio del giardino

pensano deve fumare

 

e invece devo piangere, piangere

finalmente da morire

 

contro il petto della notte

mia vastissima madre…

 

Se non ti avessi incontrato

non sarei arrivato qui così

 

Roma davanti agli occhi lucente in rovine

le stelle a miriadi sulla testa

 

nel cuore il tuo nome al centro

di una smisurata, di una

immeritata festa

 

 

 

Jorge Luis Borges

Un’altra poesia dei doni (da L’altro, lo stesso)

 

Ringraziare voglio il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta
per l’algebra, palazzo di precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare
senza uno stupore antico

per il mogano, il sandalo e il cedro,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che secoli fa parlai nella Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno
per il nome di un libro che non ho letto,

per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e di Manhattan,
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
e il cui nome, come preferiva, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica i passati,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che scrissero già
questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per questa musica, misteriosa forma del tempo.

 

 

 

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